Ho misurato 1.348 siti italiani. Il blog fermo non è la norma
· 6 min di lettura · Tobia Borrata
Quando scrivo a un'azienda che il suo blog è fermo, mi aspetto che il caso sia comune. Ho deciso di controllare invece di crederci: il 19 agosto 2026 ho misurato 1.348 siti italiani in sette settori, uno per uno, e ho guardato quando avevano pubblicato l'ultima volta.
Il risultato smentisce la mia premessa. Il blog aziendale italiano, quando esiste, è vivo: sette su dieci hanno pubblicato negli ultimi tre mesi. Il problema sta da un'altra parte, e viene fuori solo guardando i numeri fino in fondo.
Cosa ho misurato, e cosa no
I domini vengono dalle pagine di risultati di Google su domande lunghe — «*conviene la pompa di calore in una casa non isolata*», «*detrazione ristrutturazione come funziona*» — più alcune directory di categoria. Sette settori: casa ed energia, e-commerce di nicchia, sanità privata, studi professionali, B2B e manifatturiero, formazione, turismo.
Di ogni sito ho letto la sitemap o l'interfaccia del suo CMS, non la pagina «blog» a occhio: una data scritta in pagina può essere quella di un aggiornamento, la sitemap no. Dove non c'era una fonte di questo tipo, il sito è rimasto fuori dal conto invece di entrarci con una stima.
Poi ho tolto chi non c'entra: gli editori che vivono di pubblicità, i siti in affiliazione, le agenzie che i contenuti li producono per mestiere, i settori con vincoli pubblicitari. Dei 1.348 di partenza ne rispondevano 1.267; tolti quelli, restano 1.154 aziende.
Questo campione non rappresenta «le aziende italiane». Rappresenta le aziende che si trovano cercando su Google quelle domande, in quei sette settori. È una distorsione precisa e va tenuta a mente per tutto il resto: chi compare in quelle pagine di risultati ha già fatto qualcosa per starci.
Una su tre non ha nessun articolo
| Cosa ho trovato | Aziende | Quota |
|---|---|---|
| Nessun articolo | 385 | 33,4% |
| Da 1 a 14 articoli | 248 | 21,5% |
| 15 articoli o più | 521 | 45,1% |
Il primo dato è che più di metà non ha un blog: un terzo non ha scritto niente, e un quinto si è fermato prima di arrivare a quindici pezzi. Quel secondo gruppo è il più interessante dei tre. Non è un blog abbandonato: è un blog aperto e mai diventato tale. Qualcuno ha comprato il tema, ha scritto quattro articoli di presentazione, e lì è finita.
I quindici articoli non sono una soglia arbitraria: sotto quel numero non c'è abbastanza materiale per dire se un blog funzionava o no, e chiamarlo «fermo» sarebbe un modo elegante di gonfiare il problema.
Il blog aziendale che esiste è vivo: sette su dieci pubblicano
Dei 521 blog veri, 510 avevano una fonte solida da cui leggere le date. Ecco da quanto non pubblicano:
| Ultimo articolo | Blog | Quota |
|---|---|---|
| Negli ultimi 3 mesi | 361 | 70,8% |
| Da 3 a 6 mesi fa | 46 | 9,0% |
| Da 6 a 12 mesi fa | 32 | 6,3% |
| Da 1 a 2 anni fa | 34 | 6,7% |
| Più di 2 anni fa | 37 | 7,3% |
Il 70,8% ha pubblicato negli ultimi tre mesi. Con che cadenza lo facciano l'ho misurato dopo, ed è più alta di quella che si consiglia di solito. Chi vende contenuti raccontando che le aziende italiane hanno tutte il blog abbandonato sta descrivendo un mercato che non esiste, almeno non qui dentro.
I fermi da almeno sei mesi sono 103, il 20,2%. Uno su cinque. È un numero che vale la pena guardare da vicino, ma non è «tutti».
Quando si ferma, si ferma dopo 3,4 anni
Qui il dato diventa interessante. Ho guardato quanto erano durati, quei 103 blog, prima di spegnersi: dal primo articolo all'ultimo passano in mediana 3,4 anni, e dentro ci sono in mediana 55 articoli.
Non sono partenze mancate. Sono blog che hanno funzionato: qualcuno ci ha lavorato per più di tre anni, ha scritto cinquantacinque pezzi, e poi ha smesso. Il più fermo di tutti ha l'ultimo articolo di undici anni fa, su un sito che vende ancora.
Sommando tutti gli articoli dei blog fermi vengono 9.818 pezzi. Sono stati pensati, scritti, impaginati e pagati. Adesso stanno lì.
Ed è questo il punto che cambia il discorso, perché un articolo che funziona vale in euro molto più di quanto sia costato. Il costo di un blog fermo non è quello di ricominciare da zero: è che il lavoro è già stato fatto e già pagato, e continua a perdere valore ogni mese in cui nessuno ci mette sopra niente. Un articolo di tre anni fa con dentro un prezzo del 2023 non è neutro: è una pagina che dice al lettore che l'azienda non se ne occupa più.
Per settore, con una cautela
| Settore | Blog misurati | Fermi da 6+ mesi |
|---|---|---|
| Turismo | 27 | 33% |
| Casa ed energia | 102 | 23% |
| B2B e manifatturiero | 111 | 23% |
| Sanità privata | 102 | 20% |
| Studi professionali | 53 | 17% |
| E-commerce di nicchia | 79 | 16% |
| Formazione | 36 | 11% |
La cautela riguarda le due righe estreme: 27 blog nel turismo e 36 nella formazione sono troppo pochi perché quel 33% e quell'11% siano stabili. Bastano tre siti diversi e la classifica cambia. Le righe centrali, con un centinaio di casi ciascuna, dicono qualcosa di più solido — e dicono che i settori si somigliano più di quanto ci si aspetti.
Un dato che invece non mi aspettavo: fra i blog fermi il 90,3% gira su WordPress, contro il 78,1% fra quelli vivi. Non credo che WordPress faccia smettere di scrivere. Credo che sia il contrario: è la piattaforma di chi ha fatto la cosa fatta bene, con l'agenzia, il tema comprato e il piano editoriale del primo anno. Chi parte più in grande ha più cose da lasciare indietro.
Cosa questi numeri non dicono
Non dicono se quei blog portassero clienti. La data dell'ultimo articolo è un fatto verificabile da fuori; il traffico, le posizioni e il fatturato no — quelli stanno nella Search Console di ciascuno, e nessuno me l'ha aperta.
Non dicono nemmeno che fermarsi sia stato un errore. Un'azienda può aver spento il blog perché aveva smesso di rendere, ed è una decisione legittima presa da chi aveva i dati in mano. Quello che si può dire con certezza è più stretto, ed è già abbastanza: in un caso su cinque c'è un archivio di lavoro fatto che non riceve più manutenzione.
E non faccio i nomi. Sarebbe la cosa più facile del mondo — ho l'elenco — ma pubblicare «questi hanno il blog morto» significa usare il lavoro di qualcuno come cattivo esempio per vendere il mio. Il metodo è qui sopra: chiunque può rifarlo sul proprio settore, e sull'unico sito che gli interessa davvero.
Se volete sapere in che riga di quella tabella sta il vostro, il conto lo posso fare io. Il criterio con cui decido cosa rimettere in moto per primo l'ho spiegato in come scelgo su quali parole vale la pena scrivere: non è la parola con più ricerche.
I dati di questo articolo sono miei, rilevati il 19 agosto 2026 leggendo i siti pubblici e le loro sitemap. Nessun accesso, nessun dato riservato, niente che non possiate rifare voi.

Scritto da
Tobia Borrata
ContenutiGraficaSiti
Scrivo articoli per aziende e decido di cosa parlano misurando le domande, non a intuito. Faccio anche le copertine e costruisco i siti che li ospitano: questo, scritto a mano, è uno di quelli.
Pubblico weareblog.it dal 2017. È lì che ho imparato il mestiere, soprattutto sbagliando.
WAB di Borrata Tobia · P.IVA IT02071490896
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